30 ANNI DI RICERCA


MANGIARE & BERE ETICO

Il vero pericolo per la nostra salute lo corriamo seduti a tavola, mangiamo cibi che sanno di qualcosa che in realtà non è presente al loro interno. Possiamo bere vino senza uva, mangiare formaggio senza latte e per dolce cioccolato senza burro di cacao, ora possiamo fare merenda con l’ aranciata senza arance! Infatti il Senato ha approvato la legge comunitaria di commercializzare bibite all’aroma di arancia senza l’ obbligo del contenuto minimo del 12%. Si commentano da sé le decisioni del parlamento europeo, innalziamo l’ idea di produrre a tutti i costi e di commercializzare prodotti ingannevoli e poco sicuri. Eppure in ambito europeo si è sviluppato ed è cresciuto il concetto di “responsabilità sociale d’ impresa”, come risposta al consumatore sempre più attento e critico. Per noi Italiani non si tratta soltanto di una critica salutista ma un vero e proprio affronto alla dieta mediterranea, stiamo parlando di prodotti che ci rappresentano in tutto il mondo, simbolo di alimentazione sana e nostra produzione. Diventa sempre più indispensabile leggere le etichette dei prodotti che compriamo, cosi da essere sicuri di ciò che portiamo in tavola.

GUARDA NEL TUO PIATTO


CONTRO LA SOFISTICAZIONE ALIMENTARE


IL QUARTO POTERE


Il potere mediatico + Il potere governativo

Domenico De Masi, docente di sociologia del lavoro presso l' Università di Roma"La Sapienza" . In una sua recente intervista parla di come in Italia per la prima volta nel mondo, in una democrazia, la stessa persona, Silvio Berlusconi, è il più ricco del paese, il più votato, ha tutto il potere politico che si aggiunge al potere economico e ha tutto il potere mediatico perché, di fatto ha tutte le televisioni in mano e gran parte dei giornali. In effetti si sta realizzando la prima esperienza, al mondo, di dittatura mediatica. Una dittatura dolce che rende cieche le vittime, per cui le vittime non si accorgono di essere in un mondo dittattoriale, ma in effetti tutto quello che dicono, tutto quello che fanno, tutto quello che giudicano, lo fanno sulla base di ciò che hanno appreso attraverso le televisioni del principe. E come se Napoleone avesse avuto Rete Globo e avesse potuto manipolare i suoi cittadini facendo credere che a Waterloo aveva vinto mentre aveva perso. Questo porta ad una totale sfasatura del concetto di democrazia. Non esistono ancora analisi serie di tutto questo. Gli intellettuali, a partire da quelli Italiani, hanno sottovalutato questo fenomeno e sulla base di questa sottovalutazione Berlusconi ha potuto fare tanti passi avanti. E' diventato presidente del Consiglio di fatto, negli ultimi quindici anni è stato ininterrottamente il leader sul piano politico, economico e mediatico. Gli manca soltanto una cosa fare il Presidente della Repubblica, ma il Presidente della Repubblica in Italia conta poco, allora lui sta creando le condizioni per dare grande potere al Presidente della Repubblica in modo che quando lui subentrerà all' attuale presidente potrà essere Presidente dittatore sotto tutti i punti di vista, capo della dimensione mediatica, della dimensione economica e della dimensione politica. Ecco che in Italia si è realizzato il primo esperimento mondiale di dittatura mediatica, così come in Inghilterra prima, e in Francia poi, si creò il primo esperimento mondiale di potere della borghesia. L' intervista è visibile su YOUTUBE.

INTERVISTA A MARIO MORCELLINI



Preside della Facoltà di Scienze della Comunicazione alla Sapienza Università di Roma.


Com' è attualmente l' informazione in Italia, possiamo parlare di libera informazione?
Cosa distingue l' Italia dagli altri paesi nel campo dell' informazione?


Lo stato di salute dell’informazione italiana non è certamente buono, e negli ultimi anni si è registrato un certo peggioramento nella qualità complessiva delle notizie. Rispetto ad altre democrazie occidentali, in Italia il ruolo dei giornalisti appare meno autonomo e dunque più debole. Al di là delle dichiarazioni d’intenti, sempre nobili ma spesso poco realistiche, il giornalismo italiano fa molta fatica a percepirsi e ad agire come uno strumento di mediazione tra i poteri, mettendosi effettivamente al servizio dell’opinione pubblica.


Esiste assenza di verità?


Parlare di “verità giornalistica” è sempre stato problematico, ma questo non può certamente fornire un alibi per far diventare prassi le notizie non verificate, o peggio i veri e propri falsi giornalistici. I giornalisti sono tenuti ad accertare la verità sostanziale, seppur fragile delle notizie che pubblicano attraverso i documenti e i riscontri che hanno a disposizione. Ma questo spesso non accade, e si finisce per costruire notizie su voci di corridoio, indiscrezioni interessate e carta straccia. O peggio, si passa direttamente all’astensione dalla notizia. I principi deontologici, in assenza di un potere effettivo di sanzione da parte delle associazioni professionali, rischiano di diventare lettera morta. Non è certamente un buon periodo per la nostra informazione.


Perché in Italia è così forte l' influenza della politica nel campo dell' informazione?
e soprattutto perché i politici ci vogliono con le bocche cucite?


L’Italia, per il giornalismo come per altre vicende che riguardano l’assetto dell’industria culturale, rappresenta un caso a sé stante, con caratteristiche ostinatamente e radicalmente diverse da quelle di altri paesi. Anzitutto, la storia ci dice che c’è sempre stata una forte sovrapposizione di interessi tra editoria e politica. La stampa, e poi la televisione hanno spesso rappresentato un mezzo per dare forma e visibilità pubblica agli interessi dei grandi gruppi industriali e dei partiti politici, e alle relazioni tra gli uni e gli altri. C’è un condizionamento reciproco che – con le dovute eccezioni - non ha certamente rappresentato un elemento in grado di favorire l’emancipazione del giornalismo italiano e la sua capacità di trovare uno spazio di mediazione tra opinione pubblica e politica.


Attualmente qual è il mezzo che permette la libera informazione?


Le nuove tecnologie rappresentano indubbiamente un elemento di speranza, ma sarebbe semplicistico pensare che chi ha finora condizionato il dibattito pubblico attraverso il sistema “ufficiale” dell’informazione non abbia interesse a fare altrettanto anche con le nuove tecnologie. Il generoso spontaneismo “democratico” che ha caratterizzato la prima fase dell’informazione on line, con i newsgroup, i blog, i forum di discussione deve oggi fare i conti con una presenza che sembra sempre più organizzata nella lotta per gli spazi di dibattito più visibili, come le pagine dei commenti dei grandi quotidiani. La novità è che oggi questo tipo di presenza può diventare determinante anche sul risultato di un appuntamento elettorale. Ciò a cui assistiamo non è l’assenza di libertà, ma la marginalizzazione delle voci fuori dal coro, relegate entro spazi di scarso valore nella formazione dell’opinione pubblica. Poi c’è la questione della responsabilità degli operatori dell’informazione nei confronti dei lettori e soprattutto delle persone di cui si scrive, siano esse importanti personalità del mondo della politica o della cultura piuttosto che semplici cittadini, spesso stranieri, oggetto di processi mediatici poco edificanti. Quello della correttezza dei giornalisti, specie in questo periodo è diventato un tema assai attuale: la libertà senza responsabilità è un’arma a doppio taglio, molto pericolosa non solo per chi ne abusa, ma per il clima generale del dibattito pubblico.


Oggi quanto è cambiata la professione del giornalista?


Ci si potrebbe chiedere piuttosto cosa sia rimasto invariato nella professione del giornalista. Le tecnologie, e non solo Internet, hanno cambiato radicalmente il modo non solo di fare, ma anche di concepire la professione, promuovendo una convergenza sullo stesso schermo di testi, immagini, suoni e video che fino a pochi anni fa era inconcepibile. Allo stesso modo, un giornalista può comporre il suo articolo, scegliere le foto o montare un video ed impaginare tutto su carta o sul web senza mai spostarsi dalla sua scrivania. E’ una grande possibilità, ma anche un rischio: si rischia di pensare che la propria postazione sia il punto d’osservazione perfetto sul mondo, rinunciando così a guardare le cose da vicino e riavvicinarsi alla prospettiva della gente.

50 ANNI PER LE SCARPE Dt. MARTENS



Progettata come scarpa ortopedica conquistò i lavoratori. Oggi è l’icona che accomuna stili diversi

Le Dt. Martens sono il classico esempio di un prodotto marca che identifica
uno stile di vita. La storia della loro produzione si lega a due nazioni
europee l' Inghilterra e la Germania, ma il loro successo è dovuto al fatto di
rappresentare il simbolo di sub-culture molto diverse tra loro e a volte
addirittura contrastanti. Furono inventate da un medico tedesco, il dottor
Klaus Maertens, come scarpa ortopedica durante la seconda guerra mondiale.
Mentre sciava sulle Alpi Bavaresi, il dottore, si ruppe un piede e nel periodo
della convalescenza trovava scomodo camminare con le suole di cuoio e allora
cominciò a pensare ad un innovativo tipo di suola ammortizzata da un cuscinetto
d'aria e ad uno stivaletto con una pelle più morbida. Realizza, così da sé, un
prototipo color marrone e ad otto buchi. Ma la commercializzazione tarda a
venire, fino a quando non incontra un suo vecchio amico di università, il dr.
Herbert Funck e insieme decidono di iniziare a produrre scarpe utilizzando
scarti di gomma per le suole e avanzi di stoffa di vecchie divise dell'esercito
tedesco per la tomaia. Le scarpe vengono definite comode e durevoli e faranno
impazzire le casalinghe tedesche. Nel 1952 le richieste sono così tante che
decidono di aprire una seconda fabbrica a Monaco. In Inghilterra nel 1901
Benjamin Griggs e Septimimus Jones iniziano anche loro a produrre scarpe e nel
1911 alla morte del socio Jones subentra il figlio di Griggs, Reginald e
fondano la R. Griggs & Co. Le scarpe vengono assemblate a mano e il mercato a
cui sono destinate e formato da minatori e militari. Nel 1959 il destino delle
due aziende si incrocia sulle pagine di Shoe & leather news, su questa rivista
Maertens e Funk avevano messo l'annuncio di vendita della licenza sulla
produzione delle loro scarpe, questo perché avevano deciso di rivolgersi al
mercato internazionale. Il marchio Inglese acquista il brevetto, scegliendo di
chiamare le calzature Dr Martens, anglicizzazione del tedesco Maertens. Le
scarpe subirono qualche modifica, infatti venne ridisegnata la suola, il tacco
arrotondato, fu aggiunta l' inconfondibile fettuccia posteriore con la sfitta
Air Wair, nome con cui venne registrata la suola, e si aggiunse la cucitura
gialla tra la suola e la tomaia. Nasce così, il 1 aprile 1960 il modello 1460,
color rosso ciliegia ad otto buchi. Presto diventeranno le scarpe dei
lavoratori e negli anni '70 vengono calzate anche dai poliziotti, che però
saranno costretti dal loro regolamento a scurire con l'inchiostro le cuciture
gialle. Nel 1961 viene lanciato il modello 1641 a tre buchi, diventeranno le
scarpe simbolo del sindacato e successivamente della sinistra inglese. In
Italia saranno le scarpe simbolo degli anni '90. Anni della guerra del Golfo,
della trasformazione della comunità economica europea in Unione Europea, gli
anni del crollo della politica italiana con l'inchiesta mani pulite, della
caduta del dominio comunista nei paesi dell'Europa dell'est e delle stragi di
stampo mafioso ai danni della giustizia. In tutto questo caos mondiale gli
adolescenti Italiani hanno come speranza e come finestra positiva sul mondo il
canale musicale inglese MTV, che si può vedere soltanto in determinate fasce
orarie ed esclusivamente in Inglese. Dal video escono fuori i gruppi del
momento, caratterizzato da un fermento innovativo che porta alla nascita di
nuovi stili musicali legati a determinati stili di vita. L' idea di accostare
un genere musicale ad un determinato abbigliamento era tipico anche degli anni
passati ma in questi anni uno stesso oggetto rappresenta sotto-culture diverse
accomunate dalle stesse scarpe: le Dr. Martens.

HACKER I PIRATI BUONI DELLA RETE




Il termine hack, significa tagliare, fare a pezzi, ed inizialmente veniva usato per indicare gli scherzi che gli studenti universitari si facevano agli albori dei primi corsi di informatica. Il primo gruppo di hacker era formato da appassionati di modellini ferroviari membri del Railroad Club. Le loro sperimentazioni erano un concentrato di passione, creatività, informatica e sano divertimento che da lì a poco avrebbe dato vita a una cultura positiva che solo adesso ha preso una valenza negativa. L’Hack vero è proprio avveniva quando qualcuno impostava un progetto o costruiva un oggetto e l’ atto in sé implicava il piacere di fare, di partecipare, innovare. L’ unica condizione da soddisfare era far convergere innovazione e intelligenza con stile. I primi lavori di pirateria venivano eseguiti sull’hardware, le macchine, ci si divertiva ad aprire tutto, smontare e rimontare per vedere cosa c’ era dentro. Nel 1964 all’ Università di Berkeley nasce il movimento Free Speech Movement che sosteneva “ il segreto è alla base di ogni dittatura, basta con le tecnologie oscure, si a tecnologie accessibili a tutti”. L’ idea era che tutti dovevano sapere cosa ci fosse dentro i computer, allora macchinari grossi e sconosciuti alla maggior parte delle persone. Nasceva un fermento culturale volto a ribaltare la tesi secondo cui i computer venivano usati contro le persone per controllarle, ma era arrivato il tempo di liberare gli uomini con l’ ausilio stesso dei computer. Così l’hacking divenne pirateria di sistema. Gli hacker lasciavano le loro opere nei cassetti dei laboratori di informatica perché gli hackers dopo di loro potessero trovare il sistema per lavorare sullo stesso programma. Senza alcun segreto usavano un metodo basato sulla creazione collettiva e la condivisione dei risultati. Uno spirito che diventerà l’identità di Internet, dove il concetto di proprietà privata del mondo reale assume tutt’altro aspetto, quello di comproprietà. Un nuovo tipo di possesso basato sulla partecipazione e sul contributo fattivo, perché in rete non conta possedere qualcosa ma solo la possibilità di usarla e per usarla bisogna aver contribuito a costruirla. Lo stesso spirito dell’open source, apertura a contributi per migliorare continuamente ciò che è destinato ad essere di tutti. Gli hacker che da sempre hanno alternato incontri virtuali con incontri reali per lo scambio di informazioni hanno dato forma all’immaterialità di Internet caricandola di valori difficili da trovare nella quotidianità della nostra vita reale. I pirati informatici non sono dei criminali come più volte vengono descritti, perché la tecnologia unita all’ingegno non è né buona né cattiva, ma nemmeno neutra e l’ uso che sé né fa impropriamente da parte di uomini che non apprezzano il genio umano a far si che nascano etichette dure a morire. Gli hacker, si rubano, ma per dare a tutti la possibilità di progredire.

JOHN DRAPES
Meglio noto con il nome di Capitan Cronch perchè, mangiando i cerali dall’omonimo nome, vinse un fischietto. Scoprì che esso emetteva un segnale sonoro di 2600 hertz, lo stesso utilizzato dalle compagnie telefoniche per connettere le linee di traffico urbano. In base a questa scoperta costruì, la blue box, una scatola che emetteva suoni che gli consentivano di chiamare gratuitamente gli amici. Diede così via al phone phreaking, la pirateria delle linee telefoniche delle compagnie americane.

STEPHEN WOZNIAK
Genio informatico ha costruito il primo personal computer pronto all’uso, l’Apple I, nel garage dei genitori adottivi del suo amico Steve Jobs. Insieme, nel 1976, fondarono la Apple. Nel febbraio del 1981 Woz ebbe un incidente con il suo aereo privato, che gli causò una temporanea perdita della memoria. Decise di allontanarsi dalla sua azienda e di completare i suoi studi, nel 1982 si laureò in informatica e in ingegneria con il nome di Rocky Clark.

RICHARD STALLMAN
E’ uno dei principali esponenti del software libero, pioniere del concetto di copyleft. Nel 1985 pubblica il manifesto GNU, che descriveva le sue motivazioni per creare un sistema operativo libero, chiamato, appunto, GNU acronimo di “GNU’s Not Unix”. Amante delle danzi popolari internazionali è un attivista politico che ha fatto tanto per l’ identificazione dei valori fondamentali della rete.

QUEST' ANNO VADO DI MODA IO

Siamo in piena primavera e finalmente noi donne possiamo fiorire. Il risveglio dei sensi ci porterà a prenderci nuovamente cura del nostro corpo e alla voglia di scoprirlo e di mettere in mostra le nostre rotondità con abiti che ci valorizzano. L' inverno alle spalle ci ha dato modo di cullare la nostra anima e ora siamo pronte a viverci la preparazione all' estate nella speranza di vivere nuove cose. Ci regaliamo ore e ore per noi alla ricerca di chissà quale crema miracolosa e alle lunghe bevute per depurarci, non manca il movimento fisico. Ora gli sforzi si concentreranno sulla prova costume, che come sempre si vive con grande ansia. E' arrivato il momento del cambio di stagione e il desiderio di nuovi abiti e sempre dietro di noi. quale sarà il vero must dell' anno? quale accessorio? la risposta a queste domande è molto semplice: non esistono risposte. Non esiste un capo alla moda valido per tutte ma esiste, per ogni donna, qualcosa di altamente speciale che possa come una bacchetta magica valorizzarla. Non siamo noi a doverli cercare ma saranno loro a trovarci. é come accorgerci di cose che ci donano? bene a questa domanda posso rispondervi, quando stiamo comode e ci sentiamo a nostro agio e soprattutto quando piace al nostro lui. Questo dicono gli esperti sarà l' anno del naturale, niente finzione. E allora basta soffrire con tacchi altissimi e pantaloni guaine perchè se è vero che è di moda il naturale quanto meno dovremo avere un espressione naturale e non di dolore represso dietro un sorriso isterico. La vera arma di seduzione sarà il nostro viso solare e gli occhi pieni di vitalità. Per quest' anno possiamo essere soddisfatte che trionferà la vera bellezza, quella dell' animo, quella che nasce e si alimenta nel cuore. Naturalmente anche l' occhio continuerà a reclamare la sua parte e quindi prepariamoci al nostro programma di cura del corpo, il trucco ci sarà ma sarà molto leggero e gli abiti anche loro leggeri, leggeri come l' essenza dell' estate un momento dove lo stress si fa da parte e si da spazio solo alla bellezza di ciò che verrà.
Ma per essere pronte, ora è il momento di investire tutti gli sforzi. Coinvolgere il proprio partener in questo programma potrebbe essere una mossa vincente, l' obiettivo sarà risvegliare anche loro attirandoli con un nuovo profumo fatto di scie di erba bagnata di rugiada, resine e fiori. Lo sguardo si perderà tra i nostri capelli raccolti morbidamente, per ritrovarsi catturato dalle nostre labbra leggermente socchiuse. La pelle si colorerà poco, è finito il tempo delle falsità, del costruito. Sarà il sole a decidere quale grado di abbronzatura avere, e sicuramente seglierà il tono che ci starà meglio. i nostri sguardi saranno intensi contornati da lunghissime ciglia. Ogni battito sarà notato. Finalmente anche le nostre gambe saranno libere così come le mani e i nostri piedi, la loro texture sarà liscia e morbida le unghie colorate di toni neutri. Basta con le unghie spesse un centimetro, valorizziamo ciò che abbiamo. L' essenziale è scegliere colori dalle sfumature carnali che si fondono cromaticamente con la pelle. riprendiamoci la naturalezza e la bellezza della purezza e della trasparenza. Si tratta di una vera inversione di marcia attuabile solo attraverso la valorizzazione della persona e della bellezza come qualcosa che nase da dentro e si valorizza all' esterno e non come qualcosa di costruito e forzato. Non tutto ci può stare bene e quindi è bene segliere ciò che meglio ci valorizza. Il segreto di tutto ciò?
L' ironia, l' unico modo per scoprire i difetti e renderli punti di forza. La vera bellezza sta nel particolare, ogni donna ha qualcosa di particolarmente bello. Sorprendere con la sicurezza dei nostri gesti, con la fragilità di uno sguardo, con un sorriso sincero che si apre sul nostro viso. Non si tratta di sedurre, ma solo interpretare candidamente il nostro essere femmine. "Vado di moda io" sarà il motto di ognuna di noi, allora forza e coraggio.

RIVISITAZIONE DELLE VECCHIE CABINE TELEFONICHE

Ormai è un dato di fatto che le cabine telefoniche sono destinate all’ oblio ed ai nostalgici ricordi.
La nostra società è ormai sopraffatta dall’ uso dei cellulari, piccoli o piccolissimi ma capaci di permettere qualsiasi operazione, dalla telefonata alla navigazione in rete. Ma cosa succede quando il nostro telefonino ha la batteria scarica? A chi non è successo di partire e di dimenticare il caricabatterie a casa? In questi casi, sicuramente, farebbe comodo una cabina telefonica. Non quella del passato, ma una rivisitazione che permette di inserire, al suo interno, la SIM del cellulare. Avremo, cosi, a disposizione tutti i nostri dati, numeri, messaggi da controllare e da inviare e anche il nostro credito, senza doverci preoccupare di reperire monete o schede telefoniche.
L’ apparecchio telefonico sarà dotato di uno schermo con un interfaccia semplice e immediata, attraverso un menù selezioneremo le funzioni di cui abbiamo bisogno.
La tecnologia VOIP permetterà di telefonare sfruttando una connessione ad Internet, abbassando i costi e superando la distinzione tra telefonate urbane e interurbane. Per le telefonate verso i cellulari, sarà possibile mantenere il proprio piano tariffario, cosi anche per l’ invio di sms o mms.
La cabina, più propriamente pensata come una colonnina, sarà dotata di un sistema WI-FI per permettere il libero accesso ad Internet per computer, palmari o cellulari che si trovano nelle vicinanze. Con un sistema NFC sarà possibile scaricare, a pagamento, suonerie, giochi, file mp3 e video. Si potranno acquistare biglietti per i mezzi pubblici, pagare il parcheggio, comprare biglietti per cinema, teatri e stadi. Attraverso il menù si può accedere ad una mappa della zona dove ci si trova, si potranno conoscere le strade vicine, i ristoranti, i musei e tutte le attività commerciali situate nei paraggi.
Sarà possibile conoscere anche gli sportelli bancomat più vicini e i mezzi pubblici con i relativi orari. Il progetto prevede una nuova postazione pensata per tutti coloro che si trovano in una nuova città per motivi di lavoro, studio, vacanze e anche per chi ha la batteria del telefono scarica. Il nuovo telefono pubblico, grazie ad un programma di SCREEN READING, renderà disponibile l’ utilizzo anche alle persone non vedenti. Attraverso un pulsante recante una scritta in braille si attiverà il software che individuerà il contenuto dello schermo ( menù, pagine web, e-mail…) e lo convertirà in una voce sintetizzata.
I nuovi telefoni pubblici si troveranno nei punti più trafficati delle città, stazioni, aeroporti, ferrovie, piazze e strade principali. Un nuovo servizio pubblico alla portata di tutti.


MAMMA STASERA VADO A CANA FUORI CON TARANTINO

Da paura, non poteva essere diversamente, il locale è un ex ospedale sovietico trasformato in ristorante, le cameriere sono vestite da infermiere e servono cocktail in provette da laboratorio. Ci sediamo attorno a un tavolo tipo sala operatoria, intorno a noi ci sono persone accomadate su poltrone da dentista, si mangia con pinze e bisturi. Un' avvertenza sul menù informa i pazienti-clienti che i piatti potranno essere shoccanti e alcune pietanze vanno mangiate indossando la camicia di forza, in questi casi si verrà imboccati dalle infermiere. Non è una mia invenzione, il locale esiste ed è la trovata di tre veri dottori che a Riga capitale della Lettonia hanno aperto il ristorante Hospitali. Non ho avuto l' invito a cena da Tarantino ma questo locale penso sia di suo gradimento, sicuramente.

Quentin Tarantino, uno che fa davvero tante cose...
...Regista, attore, produttore, sceneggiatore, si può definire un maniaco del cinema per la sua cinefilia maturata all' interno di un videonoleggio dove faceva il commesso ma questo è il passato. Ha sempre dichiarato di amare il cinema italiano e come non dargli torto, anzi ne siamo fieri. I suoi film sono dei cult, pieni di citazioni, riferimenti e omaggi. La sua descrizione della realtà è esasperata e i dialoghi diventano deliranti. Nei suoi film non mancano autocitazioni e intrecci di storie dei suoi personaggi. Tarantino è apparso anche in un episodio dei simpsons (Lisa guarda una puntata di Grattachecca e Fichetto intitolato "Reservoir Cats" diretto da Quentin Tarantino.)
Ha dichiarato:”Non sono mai andato ad una scuola di cinema; sono andato a vedere film”


SILVIA CI RACCONTA PERCHE' GUARDARE TARANTINO

E quindi arriva il momento in cui mi viene chiesto di scrivere di uno dei miei registi preferiti. Il regista per cui ho preso biglietti in prevendita, rinunciato a serate con amici o con il mio stesso ragazzo dell’epoca solo perché dovevo riguardare alcuni passi di uno dei suoi film. Film per cui l’industria dell’audiovisivo ha trovato un’acquirente (considerando la vittoria del peerTopeer all’interno della mia videoteca personale). Si, insomma mi viene chiesto di scrivere per uno di quei registi che hanno alimentato le mie passioni e reso maggiormente concreta l'idea di diventare -in un futuro- pur senza una particolare cultura o dottrina cinematografica , una regista.
Tarantino ha raggiunto gli studi superiori, forse? Tarantino ha passato gran parte delle sue giornate guardando film, come tutti sanno anche b-movies e c’è chi se non ne guardasse uno per intero potrebbe confonderlo con uno di questi. Sono film visti in estate o nelle fasce di garanzia, tanto care alla Mediaset e alle altre reti contenitori di contenuti rimediati, spesso fortuitamente vincenti per pubblico e ascolti.
Il mio film preferito del caro regista è forse la più riuscita delle programmazioni non previste. Si, perché Jackie Brown lo vidi per la prima volta in televisione. Anche Le Iene e Pulp Fiction li vidi per la prima volta in tv ma non ne avevo ancora pienamente coscienza, tanto che non mi piacquero molto. O almeno non tanto da continuarne la visione su rete 4, I bellissimi.
In ogni modo Jackie mi piacque e molto. L’attrice come appresi successivamente era famosa nel panorama Blaxploitation ‘70. Impersonava un ruolo molto simile a quello nei film Foxy Brown e Coffy. A noi quasi sconosciuti. L’attrice è stata scelta con particolare cura dal regista. Lei è Pam Grier, bellissima e sensuale ma anche meritevole attrice, finita nel dimenticatoio ma riesumata da Tarantino e dalla sua voglia di riprendere alcuni soggetti e rimescolarli all’attuale cultura. Per non parlare poi di tutto il resto del cast: Michael Keaton, Robert De Niro, Bridget Fonda, Samuel Lee Jackson e Robert Forster. Che per quanto si dica, grande regia ma se le pedine non hanno il colore giusto è inutile.
Come detto, Tarantino non ha conseguito gli studi superiori ed i suoi primi impieghi hanno da sempre ruotato intorno al settore cinematografico-. Basta pensare all’impiego da maschera e quello in una videoteca poi spunto per una nota autobiografica (vd True Romance).
Chiunque potrebbe riconoscersi in lui. Tarantino è l’umano tra gli umani. Il regista che dimostra come fare cinema sia solo ed esclusivamente averne le capacità a prescindere dallo studio e dalla media in condotta. Si, perché sicuramente non ha eccelso per buon comportamento e morale. Altrimenti, non sarebbe neanche il mostro che è. Feticista, sboccato e privo di gusto. Così l’avrebbe potuto definire una Moratti dopo una cena di presentazione al suo ultimo ed acclamato film.
Questa sua non curanza nell’utilizzare turpinosi e volgari linguaggi lo ha spesso costretto a difendersi da accuse più o meno sostenute dall’opinione pubblica. Infatti, sicuramente non tutta la comunità afroamericana lo avrà sostenuto quando il caro Spike Lee pretese quasi delle scuse ed una paternità agli insulti che i niggers possono permettersi di scambiarsi solo tra loro. Insomma, una censura del vocabolario di riferimento per ogni regista “non di colore”, anche se Spike Lee ne fece una questione di distanza culturale.
(vorrei chiedergli l’albero genealogico dato il suo “Miracolo a S.Anna “).
Volendo ripercorrere i perché di Quentin tirerò in ballo i nostri registi. Si, perché evidentemente le videoteche americane sono più rifornite delle nostre dato che Tarantino ha visto ed ascoltato nomi che io stessa ho difficoltà a ritrovare persino in rete: Mario Bava, Fernando Di Leo, Sergio Corbucci, Lucio Fulci, Sergio Sollima, Enzo G. Castellari, Michele Soavi, Antonio Margheriti, Sergio Grieco, e molti altri. Tutti questi a me sconosciuti o quasi sono stati rivisitati e posti tra le pagine delle sue sceneggiature tramite personaggi, inquadrature o anche solo dettagli e particolari. Ciò denota come Tarantino abbia realizzato quello Zibaldone che ripropone in forma accurata in ogni sua produzione. Tutto questo con l’abilità di chi sa utilizzare un montaggio alternato in termini spazio-temporali di cui ha fatto tesoro grazie anche a mostri come Stanley Kubrick (Rapina a mano armata) e prima ancora Mario Monicelli (I soliti ignoti).
Non ultimo -di certo- potrà dirsi per la scelta delle sue colonne sonore. E proprio in Jackie Brown ne da grande prova. Le adatta con abilità alla storia ed ai ruoli. Le fa entrare ed uscire dalle scene come fossero anche loro dei personaggi a cui ci si affeziona e che difficilmente vengono abbandonate, senza essere legate con costrizione alla sequenza del film che le ha generate.
Potessi fare un incontro con il regista, uno dei miei preferiti. Una colazione con cereali per lui ed una vanilla-coke e crostata ai mirtilli per me accompagnerebbero uno degli incontri più sensazionali della mia vita.