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UNO STILE DI VITA SANO ANCHE IN RETE

Attualmente si ritiene giusto dare importanza ad una corretta “dieta mediatica” per non restare a “digiuno” sull’evoluzione tecnologica che sempre di più tende a coinvolgere sfere fondamentali della vita di ogni essere umano. E’ fondamentale saper gestire il tempo da dedicare alle attività in rete senza togliere spazi alla vita reale, gestendoli come se fossero due facce di una stessa medaglia. L’uomo contemporaneo non può più separare le sfere della vita reale da quella virtuale, ma deve imparare a gestirle entrambe riconducendole ad una sola. L’informazione, allo stato attuale, si svincola dai canali tradizionali dando la possibilità a chiunque abbia una qualsiasi connessione ad Internet di potersi “cucinare” in poco tempo un prelibato “menu” culturale con la possibilità di “gustarsi” l’informazione, l’intrattenimento e la cultura in generale in qualsiasi momento della giornata appena si avverte un leggero “languorino”, senza dimenticare che oggi la nostra esistenza è data dalla necessita di essere ed abitare la Rete.

UNA DIETA MEDIATICA EQUILIBRATA[1]

GAME 1h

SOCIAL NETWORK 1h15m

MICROBLOGGING 45m

INFORMAZIONE 2h30m

INTRATTENIMENTO 3h30m ( 1h PODCAST, 1h YOUTUBE, 1h30m DVD/TV)



[1]WIRED Italia


THE WEB IS DEAD… ?

“Il Web è morto”, titola Wired, inteso come pura navigazione su Internet. La rivista americana lancia questa provocazione sulla copertina di Settembre 2010 e la approfondisce con due articoli scritti dal direttore Chris Anderson e dell'editorialista di Vanity Fair e fondatore di Newser Michael Wolff. I due riflettono sul fatto che l’uso di Internet continua crescere, ma che la “navigazione” tramite il browser viene scalzata dai nuovi metodi di fruizione della rete resi possibili dalle “App”, le Applicazioni disponibili per smartphone e Tablet[1]. Le parole di Anderson si basano su dati Cisco che dimostrano come l’uso “web” di Internet sia in diminuzione rispetto ad altri utilizzi. Tale diagnosi è messa in discussione da Rob Beschizza[2]sul blog Boing Boing.

Chris Anderson vede il Web messo in disparte dal crescente utilizzo di “cellulari intelligenti” e Tablet che permettono l’accesso ad Internet, e indica l’utente come il “Killer” del Web, perché l’uomo in generale tende per natura a preferire la comodità di un’applicazione a portata di dito rispetto alla navigazione free ma caotica. Sempre più persone preferiscono pagare per usufruire di servizi su Internet, cosa impensabile nel Web 1.0, giacché gli utenti sono diventati “consumatori” più attenti ed esperti che iniziano a riconoscere come fondamentali aspetti quali la qualità del servizio e la possibilità di non dover ricercare ciò che si vuole. Ad esempio: pagare 99cent. per una canzone su iTunes, piuttosto che un download da qualche servizio P2P, che sono gratuiti ma illegali.

“Ti svegli e controlli la posta sull’iPad, con un’applicazione. Mentre fai colazione ti fai un giro su Facebook, su Twitter e sul New York Times, e sono altre tre applicazioni. Mentre vai in ufficio, ascolti un podcast dal tuo smartphone. Un’altra applicazione. Al lavoro, leggi i feed RSS e parli con i tuoi contatti su Skype. Altre applicazioni. Alla fine della giornata, quando sei di nuovo a casa, ascolti musica su Pandora, giochi con la Xbox, guardi un film in streaming su Netflix. Hai passato l’intera giornata su internet, ma non sul web. E non sei il solo”[3].

Questa situazione sembra dovuta al fatto che alcune aziende (tra cui, in primis, Apple) stanno spingendo nella trasformazione del web in piattaforme chiuse o semi chiuse, per la sola trasmissione di dati, poiché queste sembrerebbero più semplici da usare e si adatterebbero meglio alle vite e alle abitudini delle persone. Lo stesso Anderson, già nel lontano 1997, scriveva su Wired che la tecnologia “push” avrebbe messo fine ai browser. Adesso pensa che la sua profezia si stia avverando. Per Wolff, invece, la morte del web è causata dalla rivalsa dei creatori di contenuto: società editoriali, case discografiche, cinematografiche e software house che, dopo quasi, vent’anni in cui l'unico modello di business possibile è stata la vendita di pubblicità, hanno compreso che scalzare il dominio di Google sul web era impossibile, e che era meglio cominciare a lavorare alla creazione di un “Internet alternativo”, fatto di "walled garden" (siti chiusi, che si riferiscono a classi diverse di utilizzatori).

Al posto della struttura "alla Google", in cui l'utente con una ricerca viaggia tra siti diversi, tornano i recinti in cui si può fare tutto senza dover cambiare pagina o programma.

“Se stiamo abbandonando la logica del web aperto e orizzontale, è almeno in parte per l’ascesa degli uomini d’affari, che pensano quasi esclusivamente in termini di tutto o niente: molto più simili alle logiche verticali dei media tradizionali piuttosto che a quelle utopiche e collettivistiche del web. Si tratta del risultato di un’idea ben precisa, che rigetta l’etica del web, la sua tecnologia e i suoi modelli di business”[4].

Erick Schonfeld scrive su TechCrunch[5], “si tratta solo di una fase evolutiva perché, quando sul mobile la gente sarà sommersa dalle applicazioni, si tornerà all’uso del browser, ma affinché vi sia evoluzione serve una variazione del paradigma dominante che si stabilizzi nel tempo diventando, a sua volta, paradigma dominante”. Per Anderson il cambiamento ambientale post-Html che sta emergendo sembra essere più adeguato allo sviluppo del capitalismo della Rete, ed è quindi probabile una sua stabilizzazione in tempi brevi. Egli immagina l’espandersi di un mercato fatto di “assaggi” gratuiti con un completamento di servizi a pagamento. Si tratterebbe di una modalità di fruizione capace di sincronizzarsi meglio con le vite degli utenti, capace di rispondere istantaneamente alle necessità di vivere contemporaneamente la localizzazione e la delocalizzazione, l’immediatezza e la mediazione.

Non ci sarebbe un rifiuto del web, ma semplicemente un modo di “abitare” la Rete più consona alla crescita imponente di utenti che non rappresentano più delle élite, ma ormai vere e proprie masse. Derrick De Kerckhove, nel libro “Brainframes. Mente, tecnologie, mercato”, scrive:

“I media, in quanto tecnologie basate sul linguaggio, sono in grado di influenzare l’organizzazione cognitiva sia sul piano neuronale che su quello psicologico agendo a livello del profondo, modificandoci strutturalmente. Non si tratta quindi semplicemente di diverse visioni del mondo suggerite dall’uso dei media, ma di veri e propri cambiamenti evolutivi nel modo di organizzare i nostri pensieri che passano attraverso un modellamento degli emisferi cerebrali da parte delle tecnologie di comunicazione. Osservare quindi la logica evolutiva dei modi di fruizione della rete e delle loro forme ha a che fare con un mutamento antropologico più profondo”.



[1] Computer portatili che, grazie alla presenza di uno o più digitalizzatori, permettono all’utente di interfacciarsi con il sistema direttamente sullo schermo mediante penna o con il semplice uso delle dita.

[2] L’autore critica la lettura dei dati del grafico Cisco, poiché si riferirebbero a numeri relativi e mostra come, nel momento in cui essi sono interpretati in modo assoluto, ilWeb sembrerebbe tutt’altro che morto, ma vivo e addirittura in crescita.

[3] Traduzione dell’articolo “The Web is dead” da www.ilpost.it

[4] Da www.ilpost.it

[5]TechCrunch è un Blog statunitense che si occupa di tecnologia e informatica.

MANGIARE & BERE ETICO

Il vero pericolo per la nostra salute lo corriamo seduti a tavola, mangiamo cibi che sanno di qualcosa che in realtà non è presente al loro interno. Possiamo bere vino senza uva, mangiare formaggio senza latte e per dolce cioccolato senza burro di cacao, ora possiamo fare merenda con l’ aranciata senza arance! Infatti il Senato ha approvato la legge comunitaria di commercializzare bibite all’aroma di arancia senza l’ obbligo del contenuto minimo del 12%. Si commentano da sé le decisioni del parlamento europeo, innalziamo l’ idea di produrre a tutti i costi e di commercializzare prodotti ingannevoli e poco sicuri. Eppure in ambito europeo si è sviluppato ed è cresciuto il concetto di “responsabilità sociale d’ impresa”, come risposta al consumatore sempre più attento e critico. Per noi Italiani non si tratta soltanto di una critica salutista ma un vero e proprio affronto alla dieta mediterranea, stiamo parlando di prodotti che ci rappresentano in tutto il mondo, simbolo di alimentazione sana e nostra produzione. Diventa sempre più indispensabile leggere le etichette dei prodotti che compriamo, cosi da essere sicuri di ciò che portiamo in tavola.

IL QUARTO POTERE


Il potere mediatico + Il potere governativo

Domenico De Masi, docente di sociologia del lavoro presso l' Università di Roma"La Sapienza" . In una sua recente intervista parla di come in Italia per la prima volta nel mondo, in una democrazia, la stessa persona, Silvio Berlusconi, è il più ricco del paese, il più votato, ha tutto il potere politico che si aggiunge al potere economico e ha tutto il potere mediatico perché, di fatto ha tutte le televisioni in mano e gran parte dei giornali. In effetti si sta realizzando la prima esperienza, al mondo, di dittatura mediatica. Una dittatura dolce che rende cieche le vittime, per cui le vittime non si accorgono di essere in un mondo dittattoriale, ma in effetti tutto quello che dicono, tutto quello che fanno, tutto quello che giudicano, lo fanno sulla base di ciò che hanno appreso attraverso le televisioni del principe. E come se Napoleone avesse avuto Rete Globo e avesse potuto manipolare i suoi cittadini facendo credere che a Waterloo aveva vinto mentre aveva perso. Questo porta ad una totale sfasatura del concetto di democrazia. Non esistono ancora analisi serie di tutto questo. Gli intellettuali, a partire da quelli Italiani, hanno sottovalutato questo fenomeno e sulla base di questa sottovalutazione Berlusconi ha potuto fare tanti passi avanti. E' diventato presidente del Consiglio di fatto, negli ultimi quindici anni è stato ininterrottamente il leader sul piano politico, economico e mediatico. Gli manca soltanto una cosa fare il Presidente della Repubblica, ma il Presidente della Repubblica in Italia conta poco, allora lui sta creando le condizioni per dare grande potere al Presidente della Repubblica in modo che quando lui subentrerà all' attuale presidente potrà essere Presidente dittatore sotto tutti i punti di vista, capo della dimensione mediatica, della dimensione economica e della dimensione politica. Ecco che in Italia si è realizzato il primo esperimento mondiale di dittatura mediatica, così come in Inghilterra prima, e in Francia poi, si creò il primo esperimento mondiale di potere della borghesia. L' intervista è visibile su YOUTUBE.

INTERVISTA A MARIO MORCELLINI



Preside della Facoltà di Scienze della Comunicazione alla Sapienza Università di Roma.


Com' è attualmente l' informazione in Italia, possiamo parlare di libera informazione?
Cosa distingue l' Italia dagli altri paesi nel campo dell' informazione?


Lo stato di salute dell’informazione italiana non è certamente buono, e negli ultimi anni si è registrato un certo peggioramento nella qualità complessiva delle notizie. Rispetto ad altre democrazie occidentali, in Italia il ruolo dei giornalisti appare meno autonomo e dunque più debole. Al di là delle dichiarazioni d’intenti, sempre nobili ma spesso poco realistiche, il giornalismo italiano fa molta fatica a percepirsi e ad agire come uno strumento di mediazione tra i poteri, mettendosi effettivamente al servizio dell’opinione pubblica.


Esiste assenza di verità?


Parlare di “verità giornalistica” è sempre stato problematico, ma questo non può certamente fornire un alibi per far diventare prassi le notizie non verificate, o peggio i veri e propri falsi giornalistici. I giornalisti sono tenuti ad accertare la verità sostanziale, seppur fragile delle notizie che pubblicano attraverso i documenti e i riscontri che hanno a disposizione. Ma questo spesso non accade, e si finisce per costruire notizie su voci di corridoio, indiscrezioni interessate e carta straccia. O peggio, si passa direttamente all’astensione dalla notizia. I principi deontologici, in assenza di un potere effettivo di sanzione da parte delle associazioni professionali, rischiano di diventare lettera morta. Non è certamente un buon periodo per la nostra informazione.


Perché in Italia è così forte l' influenza della politica nel campo dell' informazione?
e soprattutto perché i politici ci vogliono con le bocche cucite?


L’Italia, per il giornalismo come per altre vicende che riguardano l’assetto dell’industria culturale, rappresenta un caso a sé stante, con caratteristiche ostinatamente e radicalmente diverse da quelle di altri paesi. Anzitutto, la storia ci dice che c’è sempre stata una forte sovrapposizione di interessi tra editoria e politica. La stampa, e poi la televisione hanno spesso rappresentato un mezzo per dare forma e visibilità pubblica agli interessi dei grandi gruppi industriali e dei partiti politici, e alle relazioni tra gli uni e gli altri. C’è un condizionamento reciproco che – con le dovute eccezioni - non ha certamente rappresentato un elemento in grado di favorire l’emancipazione del giornalismo italiano e la sua capacità di trovare uno spazio di mediazione tra opinione pubblica e politica.


Attualmente qual è il mezzo che permette la libera informazione?


Le nuove tecnologie rappresentano indubbiamente un elemento di speranza, ma sarebbe semplicistico pensare che chi ha finora condizionato il dibattito pubblico attraverso il sistema “ufficiale” dell’informazione non abbia interesse a fare altrettanto anche con le nuove tecnologie. Il generoso spontaneismo “democratico” che ha caratterizzato la prima fase dell’informazione on line, con i newsgroup, i blog, i forum di discussione deve oggi fare i conti con una presenza che sembra sempre più organizzata nella lotta per gli spazi di dibattito più visibili, come le pagine dei commenti dei grandi quotidiani. La novità è che oggi questo tipo di presenza può diventare determinante anche sul risultato di un appuntamento elettorale. Ciò a cui assistiamo non è l’assenza di libertà, ma la marginalizzazione delle voci fuori dal coro, relegate entro spazi di scarso valore nella formazione dell’opinione pubblica. Poi c’è la questione della responsabilità degli operatori dell’informazione nei confronti dei lettori e soprattutto delle persone di cui si scrive, siano esse importanti personalità del mondo della politica o della cultura piuttosto che semplici cittadini, spesso stranieri, oggetto di processi mediatici poco edificanti. Quello della correttezza dei giornalisti, specie in questo periodo è diventato un tema assai attuale: la libertà senza responsabilità è un’arma a doppio taglio, molto pericolosa non solo per chi ne abusa, ma per il clima generale del dibattito pubblico.


Oggi quanto è cambiata la professione del giornalista?


Ci si potrebbe chiedere piuttosto cosa sia rimasto invariato nella professione del giornalista. Le tecnologie, e non solo Internet, hanno cambiato radicalmente il modo non solo di fare, ma anche di concepire la professione, promuovendo una convergenza sullo stesso schermo di testi, immagini, suoni e video che fino a pochi anni fa era inconcepibile. Allo stesso modo, un giornalista può comporre il suo articolo, scegliere le foto o montare un video ed impaginare tutto su carta o sul web senza mai spostarsi dalla sua scrivania. E’ una grande possibilità, ma anche un rischio: si rischia di pensare che la propria postazione sia il punto d’osservazione perfetto sul mondo, rinunciando così a guardare le cose da vicino e riavvicinarsi alla prospettiva della gente.

HACKER I PIRATI BUONI DELLA RETE




Il termine hack, significa tagliare, fare a pezzi, ed inizialmente veniva usato per indicare gli scherzi che gli studenti universitari si facevano agli albori dei primi corsi di informatica. Il primo gruppo di hacker era formato da appassionati di modellini ferroviari membri del Railroad Club. Le loro sperimentazioni erano un concentrato di passione, creatività, informatica e sano divertimento che da lì a poco avrebbe dato vita a una cultura positiva che solo adesso ha preso una valenza negativa. L’Hack vero è proprio avveniva quando qualcuno impostava un progetto o costruiva un oggetto e l’ atto in sé implicava il piacere di fare, di partecipare, innovare. L’ unica condizione da soddisfare era far convergere innovazione e intelligenza con stile. I primi lavori di pirateria venivano eseguiti sull’hardware, le macchine, ci si divertiva ad aprire tutto, smontare e rimontare per vedere cosa c’ era dentro. Nel 1964 all’ Università di Berkeley nasce il movimento Free Speech Movement che sosteneva “ il segreto è alla base di ogni dittatura, basta con le tecnologie oscure, si a tecnologie accessibili a tutti”. L’ idea era che tutti dovevano sapere cosa ci fosse dentro i computer, allora macchinari grossi e sconosciuti alla maggior parte delle persone. Nasceva un fermento culturale volto a ribaltare la tesi secondo cui i computer venivano usati contro le persone per controllarle, ma era arrivato il tempo di liberare gli uomini con l’ ausilio stesso dei computer. Così l’hacking divenne pirateria di sistema. Gli hacker lasciavano le loro opere nei cassetti dei laboratori di informatica perché gli hackers dopo di loro potessero trovare il sistema per lavorare sullo stesso programma. Senza alcun segreto usavano un metodo basato sulla creazione collettiva e la condivisione dei risultati. Uno spirito che diventerà l’identità di Internet, dove il concetto di proprietà privata del mondo reale assume tutt’altro aspetto, quello di comproprietà. Un nuovo tipo di possesso basato sulla partecipazione e sul contributo fattivo, perché in rete non conta possedere qualcosa ma solo la possibilità di usarla e per usarla bisogna aver contribuito a costruirla. Lo stesso spirito dell’open source, apertura a contributi per migliorare continuamente ciò che è destinato ad essere di tutti. Gli hacker che da sempre hanno alternato incontri virtuali con incontri reali per lo scambio di informazioni hanno dato forma all’immaterialità di Internet caricandola di valori difficili da trovare nella quotidianità della nostra vita reale. I pirati informatici non sono dei criminali come più volte vengono descritti, perché la tecnologia unita all’ingegno non è né buona né cattiva, ma nemmeno neutra e l’ uso che sé né fa impropriamente da parte di uomini che non apprezzano il genio umano a far si che nascano etichette dure a morire. Gli hacker, si rubano, ma per dare a tutti la possibilità di progredire.

JOHN DRAPES
Meglio noto con il nome di Capitan Cronch perchè, mangiando i cerali dall’omonimo nome, vinse un fischietto. Scoprì che esso emetteva un segnale sonoro di 2600 hertz, lo stesso utilizzato dalle compagnie telefoniche per connettere le linee di traffico urbano. In base a questa scoperta costruì, la blue box, una scatola che emetteva suoni che gli consentivano di chiamare gratuitamente gli amici. Diede così via al phone phreaking, la pirateria delle linee telefoniche delle compagnie americane.

STEPHEN WOZNIAK
Genio informatico ha costruito il primo personal computer pronto all’uso, l’Apple I, nel garage dei genitori adottivi del suo amico Steve Jobs. Insieme, nel 1976, fondarono la Apple. Nel febbraio del 1981 Woz ebbe un incidente con il suo aereo privato, che gli causò una temporanea perdita della memoria. Decise di allontanarsi dalla sua azienda e di completare i suoi studi, nel 1982 si laureò in informatica e in ingegneria con il nome di Rocky Clark.

RICHARD STALLMAN
E’ uno dei principali esponenti del software libero, pioniere del concetto di copyleft. Nel 1985 pubblica il manifesto GNU, che descriveva le sue motivazioni per creare un sistema operativo libero, chiamato, appunto, GNU acronimo di “GNU’s Not Unix”. Amante delle danzi popolari internazionali è un attivista politico che ha fatto tanto per l’ identificazione dei valori fondamentali della rete.

REALIZZAZIONE DI UN SOGNO VUOTO


Sono arrivata a Roma una fredda mattina di fine novembre. Avevo trovato casa e dalla stazione Termini mi affrettavo a raggiungerla. Ero felice, cominciavo una nuova vita:
QUELLA DELLO STUDENTE FUORISEDE!!!
Avevo in mente tutto delineato come se fosse un piano d' attacco al mio futuro:
STUDIARE, STUDIARE E STUDIARE.
Le giornate trascorrevano nè lente nè veloci ma impegnate, segure i corsi, due chiacchiere con gli altri studenti, pranzo leggero, pomeriggio china sui libri, cena alle sette, un film in dvd e a letto presto. Ho affrontato mille paure lontano da casa, lontano dalla famiglia, lontano da tutti. E' stata un esperienza fantastica, formativa fatta di libertà ma anche tanta, tanta fatica, trovarsi soli, soli e soli. Passano gli anni, passano i sacrifici e ora sono laureata, sono felice, felicicissima mi aspetta una gloriosa carriera :
QUELLA DEL GIOVANE DISOCCUPATO.
E pensa la fortuna un giorno sarò moglie di un giovane precario. Bhe! Devo dire, noi giovani, siamo proprio fortunati!

. CATTIVI MAESTRI .


La pubblicità sociale ha un ruolo fondamentale all' interno della nostra società, in quanto volta ad informare, sensibilizzare ed educare alla civiltà. Il suo compito è quello di porre l' attenzione su temi di rilevanza sociale e cercare di modificare atteggiamenti e comportamenti delle persone per orientarle verso condotte adeguate. La leggittimità e la credibilità del soggetto che la comunica è per ovvi motivi di cruciale importanza per l'efficacia del messaggio stesso. Tra i soggetti che operano in questo settore un ruolo fondamentale è rivestito dallo Stato dal quale tutti noi ci aspettiamo il suo impegno all' interno della comunicazione sociale, anzi deve assolutamente comunicare problemi e temi socialmente rilevanti. Negli ultimi mesi la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha lanciato uno spot pubblicitario il cui testimonial è Renato Pozzetto, il messaggio è "il fumo uccide: difenditi". E' vero il fumo fa male e provoca gravi danni all'organismo. L'unico aspetto "confortante" che possiamo ricavare riguarda lo smettere di fumare: chi smette diminuisce costantemente i rischi. Io mi chiedo, sarà credibile una campagna contro il fumo fatta dallo Stato che ricava il 70% circa del valore di ciascun pacchetto di sigarette venduto e finanzia la coltivazione del tabacco? Forse sarei più credibile io se vi dicessi: non iniziate a fumare perchè dopo non avrete più il fiato per giocare con la vostra wii. Oggi lo Stato ha legalizzato il gioco del poker, bene tra un paio d' anni aspettiamoci una campagna sociale sul vizio del gioco con il logo in vista della Presidenza del Consiglio dei Ministri, intanto adesso giochiamo pure e ai rischi poi ci pensiamo. Magari Alda D' Eusanio inviterà nella sua trasmissione chi ha perso tutto giocando a poker on line così come è successo con i video poker. Il Papa nel suo ultimo viaggio in Africa ha dichiarato che il preservativo non risolve il problema dell' AIDS, anzi ne aumenta i rischi. Che cosa? Ho capito bene? Non voglio polemizzare le parole del Santo Padre che avranno anche le loro motivazioni ma mi sento di informare che nel mondo sono circa 40 milioni le persone affette dall' AIDS e che questa è la causa principale della mortalità in Africa. Il preservativo serve ed è l' unico mezzo di protezione per noi e per gli altri, usandolo si combatte la diffusione di tutte le malattie sessualmente trasmissibili. Il preservativo non è la soluzione all' AIDS ma, ad oggi, è l' unico modo per ridurre i rischi e i danni, a cui va aggiunta congiuntamente l' azione dell' informazione e l' educazione al problema. Un giorno, quando l' AIDS, per noi non sarà più un problema, lo sarà per i pubblicitari che dovranno ideare gli spot dell' 8Xmille. Basta con la pubblicità finto sociale, ormai siamo vittime del diniegno e immuni davanti alle immagini che mostrano la sofferenza e il dolore. Questo perchè le hanno usate e strausate ma non per sensibilizzare i nostri animi, e renderci culturalmente ed eticamente consapevoli dei problemi che riguardano tutti noi, ma semplicemente per raccogliere fondi. Un tempo esistevano atti caritatevoli, oggi ci si mette l' animo in pace donando uno o due euro con il cellulare. Esistono tanti problemi e vanno risolti portandoli alla conoscenza di tutti, l' informazione è l' unico mezzo per comprendere e prendere decisioni pensate.Se sai a cosa vai in contro, ci pensi prima di agire.Il dramma non è solo di chi lo vive ma di tutta la nostra società, ogni problema è mio, è tuo, è suo, è nostro...

DONNE & POLITICA


Oggi un binomio possibile


Il 2 giugno del 1946 le donne furono per la prima volta chiamate a votare, avendo ottenuto nel 1945 il diritto all’elettorato attivo per decreto, e un anno dopo quello passivo. Si trattava del referendum monarchia-repubblica e l’elezione dei 556 membri dell’Assemblea Costituente, di questi vennero elette 21 donne appartenenti alla classe media. Tredici erano laureate, c’era poi, un’ impiegata, una casalinga e due operaie. Avevano una buona cultura e provenivano, per la maggior parte dal nord Italia dove lo sviluppo economico era stato più precoce. Oggi sempre di più le donne si affacciano alla politica, un mondo prevalentemente maschile, strutturato da e per gli uomini ma che è sempre più compatibile con la donna , con le sue innate doti organizzative e la voglia di fare tutto di prima persona senza ricorrere alla delega, quest’ultima molto amata dagli uomini. Il nostro cammino, verso l’acquisizione di ruoli all’interno dell’Istituzioni politiche rappresentative, è stato lungo e pieno di barriere, nel 1960 viene sancita la parità, formale e sostanziale, tra uomini e donne nel mondo del lavoro e l’eliminazione delle tabelle remunerative per uomini e donne. Durante la Conferenza delle donne di Pechino, nel 1995, si introducevano due parole fondamentali per accrescere il protagonismo delle donne nella politica: EMPOWERMENT che significa promozione nell’acquisizione di poteri e responsabilità nelle sedi decisionali rilevanti, e MAINSTREAMING, inteso come, integrazione del punto di vista di genere in tutte le politiche. Ciò nonostante, a 50 anni dall’ acquisizione del diritto di voto, si denunciava, ancora, una forte marginalità femminile e si sollecitava una maggiore presenza femminile nelle sedi decisionali. Attualmente il numero delle donne che si occupano di politica è ancora molto basso rispetto ad i colleghi maschi, e questo fenomeno riguarda tutti i paesi del mondo indistintamente, i cui motivi sono da rintracciare in fattori socio-culturali, primo tra tutti l’esigenza di una donna nel crearsi una famiglia e di dedicarle tempo. Ma un'altra causa, che pesa su questa discriminazione che sembra affievolirsi, riguarda la modificazione di una cultura politica che da sempre considera l’uomo come il legittimo protagonista della gestione dello Stato, infatti, fino ad ora non c’è mai stata, in Italia, una donna Capo del Governo. Anche la nostra lingua penalizza fortemente il ruolo della donna, non avendo il femminile di molti termini che identificano lavori di alto spicco. Ad esempio, il dirigente non ha un corrispettivo femminile così come il ministro e tantissimi altri. Oggi le donne sentono la necessità di un posto in politica, dove le decisioni possano essere prese democraticamente da entrambe le parti, rendendo meno aspra e più umana la risoluzione dei problemi della collettività. Noi donne abbiamo le competenze e la preparazione, armi vincenti per convincere le persone, ormai stanche delle chiacchiere, con programmi precisi e concreti.

NON ESISTE IL FEMMINILE DI GENIO MA ESISTONO DONNE GENIALI




La bellezza fisica in quanto materia è la parte più bassa della donna, la vera bellezza risiede nella mente. Occorre uno sforzo continuo per raggiungere l’ elevazione alla conoscenza. In una vita intera ci sarà sempre da apprendere e imparare.

Rita Levi Montalcini, Nobel nel ’86, in uno dei suoi libri “ Le tue antenate” racconta la storia di 70 casi di donne – genio partendo da Ipazia. Un numero davvero esiguo, dal IV sec. d. C. ad oggi, che si spiega con il fatto che le donne prima non avevano accesso alla cultura. Fino alla metà del secolo scorso l’ Università non era aperta alle donne. Milena Maric, prima moglie di Einsten ne è una prova, fu costretta ad emigrare in Svizzera dove alla Facoltà di medicina di Zurigo era l’ unica donna in corso del suo anno e la quinta donna ad essere ammessa nella storia di quell’ Ateneo. La prima donna al mondo laureata fu l’ Italiana Elena Corsaro Piscopia nel 1678 in Filosofia all’ Università di Padova. Il suo fu un caso raro e un privilegio ottenuto grazie all’ influenza del padre, dopo di lei non fu permesso ad alcuna altra donna. Una storia affascinante, del genio femminile e della grandissima volontà di studiare e comprendere i fenomeni scientifici sfidando i pregiudizi culturali e sociali del tempo, è quella di Marie- Sophie Germani, matematica francese che fu costretta ad iscriversi all’ Università fingendosi un ragazzo, sotto il pseudonimo Antoine- August Le Blanc. Oggi la situazione sembra molto cambiata, una conferma dell’ apertura della ricerca scientifica verso le donne è testimoniata dai Nobel, di quest’ anno, conferiti a ben 5 donne, non era mai successo e per questo è una grande conquista. Il Nobel, dal 1901, viene consegnato a persone che si sono distinte per l’ eccellenza in vari campi. Il 10 dicembre saliranno sul palco di Stoccolma: Herta Muller ( per la letteratura), Elizabeth Blackburn e Carol W. Greinder ( per la ricerca medica), Ada E. Yonath ( per la chimica), ed Elionor Ostrom ( la prima donna a vincere il Nobel per l’ economia).
Davvero una grande conquista per noi che abbiamo dimostrato di non essere il “sesso debole”. Da pochi giorni è uscito in Spagna un film su Ipazia, realizzato da Alejandro Amenabar, che in Italia non vedremo mai, per non diffondere e far conoscere le torture che per anni la chiesa ha inferto ai geni della scienza, non solo ai danni di donne, ma come ben sappiamo, anche tantissimi uomini illustri. Quando la chiesa aprirà gli occhi al progresso culturale, sociale e scientifico?


IPAZIA la più famosa ‘martire’ del pensiero libero dopo Giordano Bruno
Ipazia è un importante figura di riferimento per tutte le donne, le sue notizie non sono dirette ma tra varie fonti è possibile tracciare la sua sorprendente storia. Ipazia è una donna bellissima ed è la prima ricercatice donna della storia. Ci troviamo ad Alessandria d’ Egitto nel IV sec. d.C., è figlia del matematico Teone che la indirizzerà verso gli studi scientifici. Diventerà presto insegnante ma non si fermerà nel suo percorso di studio, interessandosi all’ astronomia e alla filosofia. Per molti sarà considerata la caposcuola del Platonismo, dopo Platone e Plotino, mettendo in luce la sua bravura nel passare dalla semplice erudizione alla sapienza filosofica. Inventerà l’ astrolabio e il planisfero è porterà i suoi studi per le vie della città. Molto presto il suo genio comincerà a suscitare l’invidia dei colleghi maschi, in quanto all’ epoca non era possibile che una donna, considerata geneticamente inferiore agli uomini nella scienza, potesse superare o peggio inficiare i risultati delle ricerche ottenuti dai colleghi maschi. Non c’ era spazio per donne come lei, il più delle volte viste come streghe, e il Vescovo Cirillo decise di farla uccidere ad opera di un gruppo di fanatici cristiani. Il suo corpo venne fatto a pezzi e bruciato per non lasciare alcuna traccia della sua presenza.

MARIE SKOTODOWSKA – CURIE : « Nella vita non c’ è nulla da temere, solo da capire».
Nasce A Varsavia nel 1832, si laurea all’ Università Sorbona di Parigi dove conoscerà il futuro marito, Pierre Curie. E’ la prima donna ad insegnare all’ Università parigina e prima donna a ricevere un Nobel anzi due, 1903 per la Fisica grazie agli studi sui fenomeni radioattivi, e per la chimica nel 1911 per la scoperta del radio e del plotonio. Durante la prima guerra mondiale sostenne l’ uso delle unità mobili di radiografia come mezzo di diagnosi per i soldati feriti. Morì di leucemia dovuta con molta probabilità all’ esposizione alle radiazioni durante i suoi lunghi anni di lavoro. Un anno dopo la sua morte, nel 1935, sua figlia Irène Joliot Curie vicerà anch’ essa un nobel per la chimica. Nel 1995 le spoglie di Marie Curie vengono trasferite sotto la cupola del Pantheon di Parigi in segno di onore per i suoi meriti. I suoi appunti di laboratorio sono considerati pericolosi a causa della loro esposizione alla radioattività, sono conservati in scatole piombate e per consultarli occorrono delle protezioni.

RITA LEVI MONTALCINI : « Il corpo faccia ciò che vuole io sono la mente ».
Nasce a Torino nel 1909, si laurea nel 1936 e continua la sua carriera accademica come assistente e ricercatrice in neurobiologia e pisichiatria. Nel 1938 a causa delle leggi razziali emanate dal regime fascista è costretta ad emigrare in Belgio, ma la sua passione per la ricerca la spinge a continuare i suoi studi in un laboratorio fatto in casa. I suoi primi studi sono dedicati ai meccanismi di formazione del sistema nervoso dei vertebrati. Nel 1951-1952 scopre il fattore di crescita nervoso noto come NGF, che gioca un ruolo essenziale nella crescita e differenziazione delle cellule nervose sensoriali e simpatiche. Per circa un trentennio prosegue le ricerche su questa molecola proteica e sul suo meccanismo d'azione, per le quali nel 1986 le viene conferito il Premio Nobel per la Medicina. Nella motivazione del Premio si legge: "La scoperta del NGF all'inizio degli anni '50 è un esempio affascinante di come un osservatore acuto possa estrarre ipotesi valide da un apparente caos. In precedenza i neurobiologi non avevano idea di quali processi intervenissero nella corretta innervazione degli organi e tessuti dell'organismo". Nel 1992 istituisce, assieme alla sorella gemella Paola, la Fondazione Levi Montalcini, in memoria del padre, rivolta alla formazione e all'educazione dei giovani, nonché al conferimento di borse di studio a giovani studentesse africane a livello universitario. L'obiettivo è quello di creare una classe di giovani donne che svolgano un ruolo di leadership nella vita scientifica e sociale del loro paese. Nel 2001 è stata nominata Senatrice a vita.

MARGHERITA HACK: «Io non credo assolutamente né a Dio, né all’anima, né all’aldilà: l’anima è nel nostro cervello».
Nasce a Firenze nel 1922, si laurea nel 1945, diventerà professoressa di astronomia e dirigerà fino al 1987 l’ osservatorio Astronomico di Trieste portandolo a rinomanza internazionale, sarà la prima donna a dirigere un osservatorio astronomico in Italia. Contribuisce alla ricerca per la classificazione spettrale di molte categorie di stelle. Per lungo tempo è stata membro dell’ ESA e della NASA. Ha pubblicato più di 250 lavori e nel 1978 fonda la rivista L'Astronomia che dirige tuttora. Nel 1980 riceve il premio Accademia dei Lincei e nel 1987 il premio Cultura della Presidenza dei Consiglio. È membro dell'Accademia dei Lincei, dell'Unione Internazionale Astronomi e della Royal Astronomical Society. Nel 1992 la scienziata è andata fuori ruolo per anzianità ma ha continuato l'attività di ricerca. Dal 1997 è in pensione, ma dirige ancora il Centro Interuniversitario Regionale per l'Astrofisica e la Cosmologia (CIRAC) di Trieste e si dedica a incontri e conferenze al fine di "diffondere la conoscenza dell'Astronomia e una mentalità scientifica e razionale".

PASSATO, PRESENTE E FUTURO DELL'INFORMAZIONE

In una classifica sulla libertà di stampa, l' Italia si è classificata al 40° posto,
preceduta dalla Corea del sud e seguita dalla Reppublica Ceca.

L' informazione è nata con i giornali e con gli Strilloni, che per le strade urlavano le principali notizie del giorno. Durante la seconda guerra mondiale, il fascismo sfruttò la potenza dei Mass Media, i giornali e la nascente radio, per informare e per creare le masse. Era un tipo di comunicazione basata sulla persuasione e sul controllo dell' informazione. In questo periodo si affermò la censura, come strumento per zittire le opinioni avverse al potere dominante. Con il succedersi degli eventi che hanno portato ad una totale ristrutturazione dell' assetto mediatico, si è venuta a creare una totale libertà di stampa, che dovrebbe essere una delle garanzie che un Governo Democratico dovrebbe garantire ai suoi cittadini. In Italia questà libertà è garantita dall' Art. 21 della Costituzione " Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione ". Ma che ancora tutt' ora vacilla pericolosamente. Gli accadimenti degli ultimi giorni testimoniano una presenza di imposizioni e di restringimenti, che mettono in pericolo la nostra Democrazia. Il punto riguarda l' esistenza di una dittatura silente, ne parla anche il sociologo Domenico De Masi, definendola come il primo esempio, al mondo,di Dittatura Mediatica. In quanto il potere mediatico è nelle stesse mani di chi detiene il potere governativo e questo mette a rischio il modello democratico di Montesquieu, basato sulla divisione dei poteri. Questa è la situazione che caratterizza l' Italia e dove i nuovi mezzi di informazione sono ancora in uno stato ibrido. L' informazione attuale passa attraverso le nuove tecnologie, prima di tutto Internet e cellulare, e si sperimenta una nuova forma di convergenza dei media. In poco tempo abbiamo visto spuntare web radio, giornali on-line, siti di testate giornalistiche e Tg dove è possibile seguire le informazioni e gli aggiornamenti in pochissimo tempo e selezionando ciò che vogliamo sapere. E' un nuovo modo di informarsi non più soggetto a scelte di altri, ma a questo vantaggio si associa il problema della verità, ovvero quanto sono veritiere le informazioni e le brevi news che ci offrono i siti? Questo è comunque lo scotto da dover pagare in un ambiente liberò e senza regole quale Internet. La rete, che si attesta come il nuovo e potente mezzo di comunicazione, consente una più libera informazione e dove, come mai nella storia, l' informazione viene fatta dal basso e non d' alto. Questa assenza di controllo potrebbe essere il modo per compiere una totale e valorosa sconfitta della censura, rientrando nel vero e proprio concetto di Democrazia. Occorrono, comunque, delle regolamentazione per non fare emergere una sorta di Anarchia virtuale. Con questi cambiamenti la professione del giornalista è del tutto cambiata, è più facile reperire le fonti, conoscere argomenti, documentarsi, ma diventa sempre più difficile emergere tra una moltitudine di voci. L' unico problema, che dobbiamo ancora affrontare, resta l' alfabetizzazione verso i nuovi media.

UN PO' DI MARKETING E TI CAMBIO LA POLITICA

La politica confezionata come un prodotto da vendere

In primis il luogo della politica era l' agorà, la piazza principale dell città. I cittadini si riunivano per ascoltare i loro leader politici, i messaggi tenevano poco conto di immagine e tecniche comunicazione, gli elettori avevano scarsa conoscenza dei temi dell' agenda politica. Il fascismo diede il via ad un nuovo modo di fare comunicazione politica, scoprendo le potenzialità dei mass media e le tecniche menipolatorie dell' opinione pubblica. Gli attori della scena politica diventarono le istituzioni politiche, i mass media e i cittadini, i sondaggi presto divennero la linfa e demagogia della nuova politica. Verso la fine degli anni ottanta in Italia si assottigliano le opposizioni ideologiche e si fece largo al marketing in politica, strumento attraverso il quale si analizza il comportamento elettorale, si riconosce il potanziale elettore, si studiano dei messaggi da trasmettere. I Leader vengono affiancati da professionisti che li aiutano ad essere più efficaci nel dialogare con l' opinione pubblica. Il voto diventa un atto da acquisto, comprendendo che nel mercato non competono solo prodotti ma messaggi e che la loro validità scaturisce dall' efficacia di questi. I politici si vestono da venditori e i cittadini da clienti da adescare, questo perché l' attivismo politico non esiste più e il luogo dalla politica non è più la sede del partito ma bensì la televisione. I candidati si esibiscono come se dovessero essere votati per quello che sono e non per i programmi che presentano, li vediamo ovunque in ogni trasmissione e naturalmente la politica si colora di rosa, il colore del gossip, di loro conosciamo vita, morte e miracoli ma non la loro linea politica, questo dovuto ai miscugli di informazione che non fanno altro che aumentare l' incertezza nell' elettore che porterà con fino al momento in cui deve votare. L' innovatore in questo campo è stato Berlusconi che nel 1994 studia la sua campagna elettorale come se fosse la campagna di lancio di un nuovo prodotto, grazie all' uso consapevole ed analitico degli strumenti di marketing, un uso non limitato alla campagna elettorale ma continuativo. La televisione ha cambiato i tempi, i modi e i linguaggi della politica, si può pienamente affermare che nulla è spontaneo nemmeno una parola, i dibattiti e i discorsi vengono studiati da esperti della comunicazione e poi la capacità della televisione di sedurre e convincere, consente a qualsiasi candidato di fissare la telecamera con sicurezza e lodare il proprio programma. Siamo sottoposti ad una serie di immagini che vogliono mostrarci una politica fatta dal basso, vicino ai cittadini e allora vediamo i politici andare a pranzo in casa degli elettori, andare al mercato rionale ma poi loro sanno come si vive con mille euro al mese? Sanno come le famiglie fanno i salti mortali? Sanno come si vive con una pensione minima? Naturalmente no, però ce la danno a bere, questa menzogna, questa "telepolitica". Oggi l' informazione è più potente che mai grazie alla velocità nel raggiungere i target di riferimento, Obama ci ha dimostrato la forza del marketing virale in politica, l' uso di email e messaggi telefonici di sostegno e di ringraziamento a chi era con lui e che ha vinto con lui. In Italia la sinistra è sempre stata più debole nel rappresentare questi cambiamenti di fare politica, questo dovuto alla presenza non di un solo leder carismetico ma più di uno, uno schieramento frammentario, con scelte di rappresetanti non sempre idonei alle regole dello spettacolo e un identità confusa. I continui cambiamenti di nomi, simboli, di fallimenti di immagine rendono noi elettori ancora più incerti e insicuri ma quello che in Italia non cambiano mai sono le solite facce. Il risultato finale dell' elezioni non è una vittoria, mediata dalla fortuna, dall' approvazione e dal consenso degli elettori ma dall' uso attento e pianificato di un eccellente strategia di marketing.

CENTO E SOLO CENTO ANNI FA

Correva l' anno 1909 e dalla penna di Filippo Tommaso Marinetti prendeva corpo il Manifesto Futurista, espressione di rottura con il passato e voglia di guardare avanti.
Anni segnati da fortissimi squilibri e tensioni internazionali, contraddistinti dal rifiuto del positivismo, crisi delle certezze, rinnovamento della matematica, della fisica e della medicina.
L' uomo inizia a rifiutare la ragione come unico mezzo di conoscenza della realtà, tutto è in discussione....
Il primo aereo già è volato da un pò di anni, percorendo trentasei metri in dodici secondi, con lui volano la voglia di riscattarsi, di liberarsi, la bellezza della velocità, l' uomo ora può farlo.
Il futurismo rapresenterà un rinnovamento culturale fatto d' arte, movimento e muscoli.
Tutto si muove, le persone si muovono dalle campagne verso le città, si muovono sulla strada veloci con le prime automobili, con le biciclette.
Si muovono sulle rotaie con le loro valige di cartone, si muovono sulle acque alla conquista di una nuova terra patria.
Ci si muove in terra come in cielo avendo la sensazione divina del tutto è possibile...
L' uomo si ingabbia nel tempo, un tempo fatto di lavoro, lavoro, lavoro e stupido, stupido,stupido divertimento.
Si crea l' inferno in terra: welcome to cultura di massa.
E i futuristi ne avevano annusato la beffa: la produzione in serie sarà la madre generatrice di una cultura degradata, livellata, piatta. E come non dar loro ragione a distanza di cent' anni, dal loro grido fatto di coraggio, audacia e ribellione. Noi abbiamo preferito vivere cullati dal piacere di possedere prodotti di cui non abbiamo assolutamente bisogno, ma guai a non averli, a costo di indebitarci.
Dolce frenesia nella quale avanziamo convinti di non avere mai tempo, eppure il tempo
l' abbiamo, eccome se l' abbiamo, ma ci da più piacere sprecarlo.
Ci definiscono società idividualizzata, una società che esalta l' insicurezza e la paura e nello stesso tempo una società che cerca appigli per esorcizzare questa situazione di disagio e sentirsi parte di un "noi". Ma quale "noi"? Facebook?
Uomini soli, donne sole, bambini soli, vecchi soli, ognuno di noi è solo e adesso siamo anche in crisi, e si siamo in crisi, quella vera o forse ci è rimasta solo questa.
Ma nulla è mai perduto:
Alzare la testa!...
Ritti sulle cime del mondo, noi scagliamo una volta ancora, la nostra sfida alle stelle.
100 anni dal manifesto futurista.